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Michele Placido dirige il film su Rosario Livatino: «Mi spiace che il cinema italiano abbia abbandonato l’impegno civile, a Venezia non ce n’era traccia»

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di Valerio Cappelli

Giuseppe Di Domenico interpreta il giudice ragazzino assassinato dalla mafia

Correva tra le sterpaglie della campagna agrigentina, Rosario Livatino. I killer gli erano dietro, braccandolo, ferendolo alla spalla, dopo avergli speronato la Ford Fiesta sulla statale Caltanissetta-Agrigento. Era nel mirino da tempo. Aveva soltanto 37 anni. Era il 21 settembre 1990. La mafia si nutriva di paura, solitudine e silenzio, i siciliani si sarebbero ribellati due anni dopo, con le stragi di Falcone e Borsellino.

«Con sorpresa ho visionato faldoni di Livatino con i dialoghi con Falcone, mentre tracciava un metodo per indagare sugli stiddari, i giovani criminali non ancora affiliati», dice Michele Placido. È il regista di «Livatino. Il giudice e i suoi assassini», miniserie (prodotta da Federica Luna Vincenti), il 9 e 10 novembre su Rai 1, in anteprima alla Festa del cinema, davanti Mattarella: «Non me lo aspettavo – dice Placido – , a una commemorazione di De Gasperi gli dissi proprio una frase di Livatino, non basta essere creduti, bisogna essere credibili».

Il protagonista è il messinese Giuseppe De Domenico. Il padre, uomo ingenuo, discreto, «leggero» ha il volto di Nino Frassica. Morte di un giudice incorruttibile, nemico

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