
di Alessandra Coppola
Si fa strada l’ipotesi del ricatto a Sánchez con l’avallo degli Stati Uniti
DALLA NOSTRA INVIATA
PARIGI – Come se non ci fosse una tragedia in corso, il programma si è svolto senza variazioni e Mohammed VI ha potuto concludere la lunga festa per i 27 anni della sua ascesa al trono ignorando le cronache da Ceuta; l’assalto dei migranti a migliaia, gli annegati a decine. Due realtà parallele, nello stesso Marocco. Appena 123 chilometri a sud-est dall’enclave europea, nella stazione balneare di M’diq, in contemporanea alla crisi, si sono radunati per le celebrazioni burocrati di corte e dignitari stranieri, tra cui un surreale presidente della Fifa Gianni Infantino che profetizzava «la migliore Coppa del mondo, nel più bel Paese del mondo», i Mondiali di calcio del 2030 (condivisi con Spagna e Portogallo) già benedetti da un afflusso di investimenti per stadi e infrastrutture. Bizzarro? «Prevedibile», risponde Christophe Ayad al Corriere. Inviato di Le Monde e autore con il collega Frédéric Bobin di un recente libro inchiesta (Le roman d’un roi. Enquête sur Mohammed VI, Grasset), Ayad non si stupisce di questa reazione lunare, perché ha a lungo studiato il profilo di un monarca sulfureo,



