di Federico Fubini
L’amministrazione Trump punta a trasformare le denominazioni protette europee in «nomi comuni», liberamente utilizzabili dai produttori americani anche per l’export. L’Italia è il Paese più esposto
Per misurare come l’amministrazione americana sta aggredendo i più preziosi prodotti agroalimentari italiani ed europei — per il valore di molti miliardi di export — occorre pensare a ruoli invertiti.
Immaginate un gruppo di italiani, francesi o spagnoli che lancino un software, un e-commerce e un social media. Immaginate che li chiamino Microsoft, Amazon e Facebook. Quindi convincono la Commissione e il parlamento europeo a stabilire per legge che quelli in realtà non sarebbero marchi privati, ma «nomi comuni» di prodotti.
Il paradosso dei marchi americani
In seguito l’Unione europea nei suoi accordi commerciali in Asia e in America Latina impone ai Paesi firmatari il principio che «Microsoft», «Amazon» e «Facebook» sarebbero appunto «nomi comuni» di prodotti che gli europei potranno esportare. Poi la stessa Unione europea e la lobby europea di produttori di «Microsoft», «Amazon» e «Facebook» convincono anche l’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale — Wipo, un’agenzia delle Nazioni Unite — che quei marchi non appartengono ai fondatori americani; dunque, possono essere usati da chiunque in Europa.




