
DIO RIDE. Nelle sale
Con lo scarto del purosangue, Giovanni Veronesi mette da parte la commedia amabile, la rom-com più dolce che amara, e passa alla tragicommedia in costume, ispirata a una reale riflessione di Papa Francesco sulla gioia divina. Lui, ateo dichiarato, a capofitto nel mondo della spiritualità del Seicento, con luci e ombre, attraverso la figura di un fraticello analfabeta di testa dura e cuore tenero, il mite Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino), che con Dio ha un dialogo speciale: diretto come il sorriso di un bambino. Mentre la Chiesa predica in latino, frate Leopoldo racconta il Vangelo con una partecipazione contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il cognome Casamacchia è un’invenzione: Leopoldo se lo è dato per cancellare il passato e darsi un futuro. Incontriamo il frate nella campagna umbra mentre, nel pieno di un’epidemia di peste, si porta sulle spalle il priore di Bevagna che lo adottò da orfanello (Paolo Rossi) e lo aiuta a morire in misericordia. Poi, per sfuggire al contagio, sconfina in Toscana e trova rifugio nella stalla di un convento governato da un superiore deforme (Maurizio Lombardi).
A differenza del clero dell’epoca, che minaccia i fedeli con lo spauracchio della




