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L’Iran umilia l’America. Il coro è unanime. Anche troppo? Ecco come i 14 punti potrebbero giocare a favore di Trump

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L’Iran ha vinto, anzi stravinto. L’America batte in ritirata avendo concesso molto in cambio di pochissimo. La guerra si è rivelata inutile, peggio, controproducente: il regime di Teheran ne esce rafforzato. Questi bilanci implacabili li trovate condivisi da settori che non vanno mai d’accordo fra loro: il regime iraniano; il governo israeliano; i falchi della destra repubblicana; l’opposizione democratica Usa. Si potrebbe aggiungere la maggioranza dei media e degli esperti, ma in fondo questi non fanno che amplificare il coro unanime. La propaganda delle Guardie islamiche a Teheran gongola e canta vittoria. Netanyahu è furibondo e grida al tradimento. I «neocon» americani alla sua destra accusano Trump di aver sprecato in modo assurdo la vittoria che sul terreno militare i suoi generali gli avevano consegnato. Il partito democratico dice: Trump ha ottenuto una promessa di rinvio del programma nucleare che Barack Obama aveva già incassato nel 2015 senza bisogno di fare una guerra costosissima né di spingere l’economia globale sull’orlo di uno shock energetico.

Il coro è così uniforme che il bilancio si potrebbe chiudere subito: la giuria ha raggiunto il verdetto all’unanimità, la condanna è senza appello. Per scrupolo, però, può essere utile porsi il dubbio. Quando tutti sono

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