
di Serena Palumbo
Snodo cruciale per i flussi energetici globali, la stretta «via d’acqua» è ricca di specie marine, che rischiano di non sopravvivere a causa delle attività militari e del traffico navale
Snodo cruciale per i flussi energetici globali, lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più delicati e strategici al mondo. Circa un quinto del commercio mondiale di petrolio trasportato via mare attraversa questa «via d’acqua» che collega il Golfo Persico a quello dell’Oman. Essenziale, ma al tempo stesso estremamente fragile, nel suo punto più stretto misura poco più di 33 chilometri di larghezza. Una dimensione che, in condizioni di stabilità, consente la navigazione lungo rotte prestabilite, definite da accordi tra Iran e Oman raggiunti nella metà degli anni Settanta. Il conflitto scoppiato il 28 febbraio 2026, con gli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, ha portato alla chiusura dello stretto, evidenziandone il ruolo centrale per l’economia globale. Meno evidente, ma altrettanto significativo, è il valore ecologico dell’area. Il suo habitat marino, ricco di specie capaci di vivere in condizioni ambientali estreme, è sempre più esposto a pressioni di origine antropica.
Tra le principali minacce figura il rumore sottomarino. Le attività militari




