
di Maddalena Berbenni
Il libro «Mio maestro… Figliol mio. Dante e Virgilio: fenomenologia di un rapporto educativo» di Michele Iagulli e Alessandro Pesenti
Michele Iagulli vaga nel limbo. Anche al tavolino di un bar è un uomo di confine, che si strugge per Virgilio e il suo essere ombra. Non un’ombra cupa, che inquieta, ma un’ombra che accoglie, che rassicura davanti a ogni prova. Anche davanti al fuoco. E quando porta a termine il suo compito, che è una missione, quando lui stesso finisce di sperimentare il cammino e forse per un attimo placa la sua sete di verità, l’ombra sparisce. C’è Beatrice, la vita. Raggiunto il sole, lascia che Dante prosegua libero oltre il traguardo. Potremmo dire oltre il diploma. Perché la Divina Commedia può trasformarsi in un manuale di pedagogia, in un testamento educativo, se letta con gli occhi di un maestro. Anzi due. Anzi di un insegnante e del suo studente salito a sua volta in cattedra nella stessa scuola, a Camanghè.
«Mio maestro… Figliol mio. Dante e Virgilio: fenomenologia di un rapporto educativo» (edito da Elsa Major e con la prefazione di don James Organisti) è il libro che Iagulli e Alessandro Pesenti



