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«Il giro del mondo in 80 giorni» compie 70 anni: uno dei massimi esempi «dimenticati» del kolossal anni Cinquanta

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di Filippo Mazzarella

I cinque Oscar certificarono il trionfo di un modello produttivo «nuovo»

Presentato il 17 settembre 1956 negli Usa (ma uscito da noi un anno esatto dopo), «Il giro del mondo in 80 giorni/Around the World in 80 Days» di Michael Anderson è uno dei massimi esempi «dimenticati» del kolossal anni Cinquanta: un’avventura concepita perlopiù per trasformare il cinema in esperienza spettacolare attraverso l’ampiezza delle immagini, il colore, il divismo e la continua esibizione della meraviglia. 

Tratto dal romanzo di Jules Verne, il film vede il gentiluomo inglese Phileas Fogg (David Niven) scommettere con i soci del Reform Club di riuscire a compiere il giro del mondo in ottanta giorni e partire immediatamente con il maggiordomo Passepartout (Cantinflas): tra treni, piroscafi, mongolfiere ed elefanti, i due affrontano avventure e imprevisti di ogni sorta, compreso il salvataggio della principessa indiana Aouda (Shirley MacLaine), mentre il detective Fix (Robert Newton) li insegue, sospettando Fogg di una rapina alla Banca d’Inghilterra. 

Sceneggiato da James Poe, John Farrow e S. J. Perelman, il superfilm era soprattutto espressione di una Hollywood che aveva compreso di non dover avere più limiti e di dover trasformare il Cinema in evento,

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