
di Aldo Grasso
Quando una tecnologia conquista il centro dell’immaginario collettivo, smette di essere percepita come mezzo e viene trattata come forza storica totale
In attesa della prima enciclica di papa Leone XIV «Magnifica Humanitas», dedicata all’Intelligenza artificiale, ho seguito su La7 il film Quinto potere (1976) di Paddy Chayefsky e Sidney Lumet. Come la tv in Quinto potere, anche l’AI sta diventando un’entità astratta, quasi metafisica, dotata di volontà storica autonoma: il sesto potere.
La somiglianza più forte sta forse proprio qui, nella trasformazione della tecnologia in destino. In entrambi i casi la tecnologia smette di essere infrastruttura e diventa teologia.
C’è un elemento profondamente «chayefskyano» nel dibattito contemporaneo: la spettacolarizzazione della paura. Nel film, l’indignazione di Howard Beale viene trasformata in format. La rabbia autentica diventa audience, engagement.
Oggi accade qualcosa di simile con l’AI: annunci apocalittici, scenari estremi, lettere aperte sulla «fine dell’umanità», immagini di sostituzione totale del lavoro umano funzionano anche perché producono paura continua.
In questo senso il dibattito sull’AI eredita dalla tv non solo il ruolo centrale nel discorso pubblico, ma anche la grammatica emotiva: urgenza, polarizzazione, profezia, semplificazione.
La differenza è che mentre la tv del film era




