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L’addio a Osvaldo Bagnoli: perché la parola Alzheimer non è una vergogna

di Michele Farina

L’allenatore scomparso per «una patologia neurodegenerativa» da tempo non riconosceva più i suoi giocatori. Un’esperienza che accomuna milioni di persone. Che hanno diritto alla riservatezza. Ma anche a una vita senza stigma

Una delle sue frasi, «la semplicità è la massima sofisticazione», fa pensare a Schiller, all’arte come massimo artificio per produrre naturalezza. Osvaldo Bagnoli, grande allenatore, ha tirato giù la cler pochi giorni fa, ufficialmente per «una malattia neurodegenerativa». La Gazza ha titolato: «Non riconosceva più i suoi ragazzi». Andava a trovarlo un giocatore del suo scudettato Verona e l’Osvaldo della Bovisa diceva: «Scusa, tu chi sei?». 

Stigma e riservatezza

Milioni di persone alle prese con l’Alzheimer di una persona cara conoscono la situazione, lo «sciopone» che ti prende quando un padre o una madre non ti riconoscono più come figlio. Non c’è bisogno di un’etichetta, di una diagnosi comunicata a mezzo stampa, per sapere di cosa si tratta. E naturalmente ognuno ha diritto alla riservatezza, nella vita come nella morte. Però ci sono voluti decenni, e forse ce ne vorranno ancora, per fare dell’Alzheimer e delle altre forme di demenza una condizione di quelle da affrontare senza vergogna e senza stigma, parola dura

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