
di Paolo Mereghetti
«L’Inconnue», incomprensibile intriguo; mentre «Fjord» del regista Palma d’oro a Cannes nel 2007 («4 mesi, 3 settimane, 2 giorni») scava nei rapporti tra individui e società
Il romeno Cristian Mungiu lascia la Romania per la Norvegia ma non perde la sua voglia di scavare nei rapporti tra gli individui e la società. Protagonista di Fjord (Fiordo) è la famiglia Gheorghiu — lui rumeno (Sebastian Stan), lei norvegese (Renate Reinsve) coi loro cinque figli —, messa sotto accusa perché su una figlia viene trovato un livido.
L’intransigente rappresentante della protezione dei minori allontana subito tutti e cinque i figli dalla famiglia, compreso un piccolo ancora da allattare, mescolando rigore educativo ai pregiudizi per la loro religiosità molto ostentata.
Come spesso nel cinema di Mungiu, la sceneggiatura (dello stesso regista) affida alla parola il compito di scavare nelle ragioni di tutti: così una macchina da presa fissa e senza stacchi mette in evidenza la profondità dei dialoghi ma anche la prova superlativa degli attori.
Gli spettatori italiani vedranno dei possibili legami con il caso della «famiglia nel bosco», ma sbaglierebbero nell’aspettarsi di scegliere tra vincitori e vinti.
A Mungiu interessa far emergere le posizioni




