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La laurea a Mosca, la musica, il partito: Cervetti, «l’ultimo dei Mohicani» che nel Pci chiuse la porta ai rubli

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di Paolo Franchi

La scelta con Berlinguer. La sua Milano e l’amico Napolitano, i legami di una vita

L’ultimo dei Mohicani. Si definiva così Gianni Cervetti, che è morto ieri, alla bella età di 92 anni, nella sua casa milanese. E aveva ragione, dei dirigenti storici del vecchio Pci era rimasto solo lui. Dal lontano 1948, quando con l’amico Paolo Santi varcò la soglia della sezione Gramsci, in via Massena, per chiedere la tessera, il cursus honorum lo aveva percorso tutto, dall’ufficio studi della Camera del Lavoro alla segreteria della federazione milanese, dalla segreteria nazionale del Pci, con l’incarico di responsabile dell’organizzazione, al Parlamento europeo, nel ruolo di capogruppo dei «comunisti e apparentati». 

Ma ci aveva messo molto del suo, a cominciare dai sette anni trascorsi nell’Unione Sovietica di Nikita Krusciov, su mandato imperativo del partito, per laurearsi in economia all’università di Mosca: anni decisivi non solo per la sua formazione politica, ma anche perché nella Mosca del disgelo incontrò Franchina, molto più che la compagna di una vita, e nacque suo figlio Andrea.

E poi fu sempre a Mosca che presero corpo in lui due passioni, quella per la musica, che lo accompagnò sin

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