
Ottima interpretazione dell’attore Emanuele Maria Di Stefano. Nel cast anche Valerio Mastandrea
Per apprezzare il lavoro di messa in scena fatto da Edoardo Gabbriellini con «La città dei vivi» bisogna «dimenticare» l’omonimo romanzo di Nicola Lagioia che si era concentrato sulla sadica gratuità dell’omicidio di Luca Varani e poi sulle polemiche e i dibattiti (vicini allo sciacallaggio) che avevano interessato l’opinione pubblica come sintomo di un generale degrado della società. Tutto questo nel film non c’è o è solo accennato, per evitare la pornografia del dolore o i toni sensazionalistici, ha detto il regista, ma soprattutto per ridare al cinema il suo ruolo di linguaggio dello sguardo.
Gabbriellini usa la macchina da presa (e un gruppo di attori straordinari, a cominciare da Emanuele Maria Di Stefano, il protagonista) non per filmare il prevedibile o l’ovvio (il mondo ambiguo in cui finisce Luca e l’efferata violenza subita) ma per esplorare quello che era rimasto ai margini dell’attenzione mediatica. A volte viene in mente il lavoro di scarnificazione che Bresson aveva portato a livelli altissimi: La città dei vivi mantiene una forte predominanza narrativa, ma evita il facile ricorso ai meccanismi di causa ed effetto. Il rapporto con i genitori (Valerio Mastandrea e




