
di Marco Imarisio
Il direttore generale della Fondazione per la sicurezza energetica, «voce» di Mosca sugli idrocarburi: «Cosa sono 800 mila tonnellate in due mesi? Nulla. Trump potrebbe fare qualcosa per frenare i prezzi: ma non riesce. E vi svelo un segreto: noi continuiamo ad esportare tranquillamente gasolio verso i mercati esteri»
«Donald Trump si è dedicato a ciò che gli riesce meglio: vendere aria e creare notizie false».
Alle spalle della sua scrivania c’è un quadro in cornice con dentro una citazione. «L’unico modo per scoprire i limiti del possibile è di oltrepassarli». Konstantin Simonov, 52 anni, è un uomo di sistema. Fondatore e direttore generale della Fondazione per la sicurezza energetica nazionale, ente riconosciuto dal Cremlino e diretta emanazione della Gubkin, l’università che forma i quadri Gazprom. È la voce «energetica» della Russia, la figura che interviene sempre su qualunque questione riguardi petrolio o gas.
Sul sito della fondazione è scritto in modo enfatico che la sua missione è di «esplorare l’odore dei soldi, del gas e del petrolio nei corridoi del potere». E Simonov ha grossi dubbi sul fatto che l’accordo siglato tra il presidente americano e Vladimir Putin, annunciato in pompa




