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Intelligenza artificiale e lavoro: perché gli algoritmi rischiano di lasciare «rubare» la gavetta ai giovani

di Daniele Manca e Gianmario Verona

Il paradosso del capitale umano. Dall’università agli studi professionali, l’AI svolge sempre più attività affidate ai profili junior. Una trasformazione che impone nuove strategie per sviluppare competenze ed esperienza

Un allarme malcelato si annida nel mondo professionale che conta e che dà vita al sogno lavorativo di ragazze e ragazzi. Il rischio di un gap occupazionale nelle fasce più giovani. Del resto, senza notarlo esplicitamente (allora non era possibile), ne aveva colto lo stadio embrionale il professor Christian Terwiesch dell’Università della Pennsylvania a pochi mesi dall’uscita di ChatGPT. L’Ai, disse, può superare un esame di laurea è quindi può diventare un ottimo assistente alla didattica dei professori. Aiuta a formulare esami e anche a correggerli. Attività che i prof non amano e che abitualmente delegano ai giovani assistenti.
A quasi quattro anni dall’uscita del primo algoritmo di Ai generativa, alzino la mano i prof che non la impiegano negli esami e nella produzione delle lezioni. Ma il punto è che oggi, grazie a Co-Scientist di Google e ad altri algoritmi tecnici dedicati alla scienza, si possono avere agenti che producono esami
Oltre alla didattica, l’Ai diventa anche un ottimo assistente

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