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Da Tim a Mps, il tesoretto di Meloni nasce dai salvataggi dell’industria italiana

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Correva l’anno 1999 quando la Olivetti di Roberto Colaninno con il supporto finanziario di Emilio Gnutti, Ettore Lonati e compagni lanciò un’offerta pubblica di acquisto, assolutamente ostile, su Telecom Italia. L’Opa andò in porto pochi mesi dopo, sotto lo sguardo compiaciuto dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che si spinse a descrivere gli imprenditori come “capitani coraggiosi” che sfidavano i salotti buoni della finanza.

Coraggiosi mica tanto, visto che in buona parte si trattò di un affare concluso a debito. Debito che i capitani del “Lider Maximo” riversarono sulla stessa Telecom. Una zavorra che ha condannato l’allora monopolista delle telecomunicazioni ad anni e anni di “depressione”. Tentativi di rianimazione se ne ricordano a bizzeffe. Tutti inutili. È dovuto arrivare il primo premier donna e di destra per risolvere la situazione. I detrattori diranno che Giorgia Meloni “consigliata” dal capo di Gabinetto Gaetano Caputi ha dato il via libera alla cessione della rete, un pezzo dell’infrastruttura strategica del Paese, a un fondo. Vero. Ma quella del 2024 è stata un’operazione di sistema (nella nuova società il Mef è rimasto con una quota del 16%, nomina il presidente ed ha una sorta di diritto di veto per le decisioni più importanti) e

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