
di Aldo Grasso
l dramma di Luca Marelli. Durante le telecronache di DAZN, Marelli viene interpellato come un oracolo: il commentatore domanda, l’ex arbitro spiega, il pubblico attende. Poi il campo, con la crudeltà delle beffe, si incarica di smentirlo. È un numero di prestigio in cui il coniglio scappa dal cilindro prima che il mago abbia finito la frase. Nelle stagioni precedenti, Marelli e la sala Var sembravano un’unica creatura. Bastava un replay: Lissone confermava, Marelli traduceva, la tv celebrava il trionfo della competenza. Il telespettatore poteva illudersi che nulla più potesse sfuggire alle telecamere.
Poi è arrivato Daniele Orsato, con la sua filosofia: restituire centralità all’arbitro (il famoso libero arbitrio dell’arbitro), alzare la soglia del fallo, lasciare correre. Il Var non è stato abolito, ma quasi: discreto come un parente sgradito cui si chiede di tacere a tavola. A Lissone i monitor brillano: manca quasi soltanto qualcuno che li guardi con intenzioni operative. La tecnologia c’è, ma deve imparare l’educazione del silenzio.
Per Marelli è un dramma professionale, lo capisco. Lui spiega ciò che dovrebbe accadere secondo regolamento; il campo gli risponde che si procede per altre vie. Il telecronista DAZN lo interpella, Marelli formula




