
di Giovanni Costa
Difficile non condividere le ansie suscitate dal piano Electrolux. La perdita del lavoro, più ancora del reddito, è una delle situazioni più perturbanti che si possano vivere. Ben vengano le pratiche atte a lenirla. Ma si eviti di farle passare per strategie e se ne valuti la praticabilità. Non si ripetano nell’elettrodomestico bianco gli errori commessi nella siderurgia o nell’automotive. Problemi che sottendono trasformazioni epocali, se non antropologiche, possono ispirare celebri romanzi come quello di Richard Llewellyn (parafrasato nel nostro titolo) o i film choccanti di Ken Loach. Ma richiedono la mobilitazione di sensibilità sociale e forte spirito imprenditoriale. Solo così possono essere assorbiti e persino valorizzati.
Per allontanare lo spettro della deindustrializzazione di quella che è stata definita l’«inox valley» che spazia (o spaziava) tra Treviso, Pordenone e Belluno, non sembrano sufficienti misure di mera razionalizzazione dell’esistente. E nemmeno voli pindarici di totale riconversione nei servizi. È più realistico tentare di individuare soluzioni che aprano un nuovo ruolo all’industria. Si veda per esempio quanto è accaduto nella ristorazione. Il boom dei pasti fuori casa o del «food delivery» ha richiesto nuove soluzioni ai problemi relativi all’igiene, alla conservazione e alla cottura dei cibi.




