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Giro d’Italia, una corsa che si trasforma in romanzo popolare

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di Aldo Grasso

Si può scegliere la telecronaca generalista della Rai o quella più specialistica di Eurosport, ma il risultato non cambia: le immagini continuano a regalarci momenti di identificazione, emozione ed esaltazione

In un Giro d’Italia dominato con autorità da Jonas Vingegaard, noi fedeli suiveur televisivi non possiamo che essere grati al regalo che ci hanno fatto queste ventuno tappe. Perché il Giro, ancora una volta, ha saputo fare quello che gli riesce meglio: trasformare una corsa in un grande romanzo popolare e accendere, in chi guarda, un’irresistibile voglia di pedalare. La tv è la grande artefice di questa nuova epica del ciclismo. Non si limita a raccontare una competizione sportiva: costruisce una narrazione collettiva che attraversa il Paese. Dall’elicottero e dalle moto-camere emerge una geografia sentimentale prima ancora che sportiva. Le immagini mostrano la «grande bellezza» di Roma, ma anche borghi dimenticati, vallate alpine e periferie industriali. La provincia profonda appare in tutta la sua bellezza, ma anche nelle sue ferite. È un’Italia che si racconta attraverso le strade percorse dai corridori. In un’epoca dominata da sport sempre più digitalizzati, statistici e asettici, il ciclismo conserva una dimensione antica. L’epica della fatica resta il suo

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