
Il caso Garlasco torna con nuove prove. Ma è il metodo della certezza giudiziaria, prima ancora del colpevole, ad essere sotto processo
Il palmo di una mano sinistra impresso nel sangue, ai margini di una pozza. E nessuno lo aveva “letto” fino ad ora. Questa circostanza — oltre, naturalmente, alla perizia, alle intercettazioni e ai soliloqui captati in automobile — dovrebbe dare da pensare. Non sull’innocenza o sulla colpevolezza di chicchessia, ma su quanto sottile sia il confine tra la verità giudiziaria e la verità tout court, tra il giudicato e il giudicabile.
Il caso di Chiara Poggi, assassinata a Garlasco il 13 agosto 2007, non è soltanto una vicenda di cronaca nera, genere che in Italia produce, con cadenza quasi liturgica, i propri mostri, le proprie assoluzioni postume e le proprie condanne mediatiche. È piuttosto un test permanente della tenuta epistemica del nostro sistema penale. Spieghiamoci meglio.
Il quadro di Alberto Stasi
Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere dalla Cassazione nel 2015, viene sentito dagli inquirenti il 20 maggio 2025, come riportato da Corriere, Repubblica, Stampa, Giornale, Giorno e Provincia Pavese. Questo il contenuto del dialogo fra lui e i pm:
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