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Il derby, gli errori d’Italia e la disciplina in cui siamo imbattibili: il ricorso al Tar

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Roma-Lazio sovrapposto alla finale degli Internazionali nasce da un errore organizzativo evidente. Ma invece di cercare una soluzione condivisa, la Lega ricorre alla frase più ricorrente in Italia quando le cose non vanno…

E poi c’è il ricorso al Tar. È diventato il luogo comune delle dispute all’italiana. Cosi il calcio italiano in pochi giorni passa dalla corsetta al Var al ricorso al Tar. In fondo a tutto come: sinonimo (di rabbia, di reazione), rifugio (dell’impotenza, non posso fare altro, ma almeno faccio vedere che ho fatto qualcosa), tentativo di distrazione dalla colpa (avrò le mie ragioni- chissà quali – se faccio ricorso). Di sfondo a tutto, infatti spesso è semplicemente una minaccia: se le decisioni non cambiano, faremo ricorso al Tar, preannunciano le presunte vittime. Come un tic di un Paese che non sa più costruire un percorso per condividere le decisioni, per argomentare insieme, per sintetizzare un contrasto, per rimediare a un errore. Nell’immaginario collettivo il ricorso al Tar ormai vale l’esposto del Codacons, qualsiasi controversia viene svuotata da questo finale che gonfia la vicenda di aria e di tempo perso. Un uso retorico, opportunistico di un tribunale, anzi della sua evocazione. È tutto un talk show, le parole

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