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Eitan Bondì, la passione per il poligono e le due pistole vere in casa: «Avrei usato quelle se avessi voluto uccidere»

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Il 21enne e gli spari del 25 aprile: «Ho agito per motivi politici». La madre: «Sono frastornata»

«L’ho buttata via», racconta il 21enne ai poliziotti della Digos che alle otto di martedì sera si presentano a casa della madre, all’ultimo piano di un palazzo non lontano dai luoghi di ritrovo della sua comitiva: una nota birreria, la sinagoga di quartiere, il vecchio negozio di famiglia. In questa parte di Roma dove solo poche sere fa un esponente della Comunità ebraica è stato aggredito da due nordafricani perché indossava la kippah, il cognome Bondì non è sconosciuto. Come il volto del cecchino dell’Ostiense. «Non volevo uccidere nessuno, sennò avrei usato le pistole vere», si affretta a spiegare. E all’udienza di convalida davanti al gip, fissata per questa mattina a Regina Coeli, durante la quale comparirà con l’accusa di tentato omicidio, il 21enne — assistito dall’avvocato Cesare Gai — iscritto alla Comunità, studente di Architettura e tifoso della Roma, rilascerà delle dichiarazioni. Potrebbe anche rispondere alle domande del giudice.

Già ai poliziotti ha anticipato qualcosa: «Appartengo alla Brigata Ebraica», ha detto agli agenti al momento dell’arresto. Poi avrebbe anche aggiunto di aver agito «per motivi politici». Bisogna vedere se confermerà

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