
di Franco Mussida
L’ex chitarrista della Pfm racconta il rapporto speciale col religioso scomparso
È il giorno del saluto a Don Antonio, a Don Antonio Mazzi. Vorrei salutarlo anch’io, insieme agli amici che hanno condiviso la sua vita e le sue visioni.
Per tanti anni l’ho fatto anch’io, sul campo, prendendomi cura di una delle “Ruote di Exodus”. Il tempo scorre veloce, come i cavalloni delle alte onde del mare che si infrangono sulla riva quando arriva il maestrale.
Una ventina di “cavalloni” fa, nel 1996, mi presentai davanti al cancello della Comunità Exodus al Parco Lambro di Milano. Suonai il campanello per cercare Don Antonio. Avevo in mente di trasferire in comunità il lavoro sulla Musica che svolgevo a San Vittore con i ragazzi dipendenti da sostanze. Pensavo che, una volta usciti dal carcere, potessero continuare il loro percorso nella sua comunità.
Il Don aprì la porta del suo ufficio e mi accolse con simpatia. Gli spiegai brevemente il mio proposito e lui, sorridendo, con quei suoi occhi chiari e diretti, non ebbe esitazioni: “Facciamolo!” Da lì iniziò una storia che credo sia stata importante per Exodus. La Musica entrò nella comunità, soprattutto nella “Cascina”




