
Il cantautore comasco ha le idee chiare: dialetto e radici vanno tenuti a contatto con la realtà, altrimenti rischiano la mummificazione
Se c’è un artista che, sulle radici, ha costruito il fil rouge del proprio percorso, quello è Davide Van De Sfroos, cantautore, scrittore e narratore di un mondo che ha il suo centro nel lago di Como e nel dialetto della Tremezzina, diventato una delle cifre più riconoscibili della sua musica. Ma la lingua dei padri e dei nonni, nella sua visione, non può essere semplicemente conservata, deve restare viva: «Il dialetto non va messo in naftalina: deve poter respirare le musiche e i suoni del suo tempo», dice. È da qui che nasce il suo folk, legato a quell’angolo di Lombardia, ma aperto al rock, al blues, al reggae, al punk e alle musiche d’oltreoceano. Questa poetica, che attraversa dischi, libri, progetti dedicati al territorio e la dimensione teatrale dei suoi spettacoli, si riflette nella sua idea di radici: «Stanno conficcate nella terra e cercano acqua, sali minerali, nutrimento. Se le releghiamo al tempo che fu, è come appoggiare un albero su un pezzo di cemento: diventa mummificato, non ha più vita reale». Van De Sfroos si definisce




