
di Roberto Gressi
Da Azione alla Lega, passando per Renzi: le mosse dei «nemici» del bipolarismo. Così i «piccoli» puntano a essere l’ago della bilancia nel 2027
Ma insomma, cari miei, meglio il bipolarismo o il consociativismo? E che diamine, che domande, il bipolarismo, non c’è dubbio alcuno. Il consociativismo puzza di inciucio, fa rima con elettori gabbati, sa di debito pubblico, di accordi nell’ombra, di cappuccioni. E lo puoi pure chiamare unità nazionale, larghe intese, governo delle astensioni, esecutivo tecnico, e se non è zuppa è il solito pan bagnato. Pure questo bipolarismo, però: mezzo Paese, che magari ha perso per un’incollatura, mastica amaro e boicotta. E anche chi vince, e qualche volta stravince, dopo cinque minuti litiga, si azzanna, si fa gli agguati, si lacera in microscissioni. Poi ci sono le guerre, la benzina, i dazi di Trump, l’economia che langue…
E allora serpeggia prepotente la voglia di pareggio, l’ansia di pareggio, la speranza di pareggio. Fino a poter pensare che il partito trasversale del pareggio sia addirittura e inconfessabilmente quello che conta nell’animo il maggior numero di parlamentari, perché Depretis non è morto invano.
Certo, ci sono due fiere oppositrici, e si




