
Massimiliano Cencelli è morto, il Manuale Cencelli quasi certamente no. È questo il paradosso che accompagna la scomparsa, a Roma, all’età di 90 anni, dell’ex funzionario della Democrazia cristiana il cui cognome è diventato qualcosa di molto più duraturo di una carriera politica: un modo di dire, una categoria del giornalismo parlamentare e, soprattutto, la definizione immediata di quel momento in cui la politica smette apparentemente di discutere di programmi e comincia a contare ministri, sottosegretari, presidenze, deleghe e posti da distribuire.
Il dettaglio più interessante, però, è che il celebre manuale nacque precisamente dentro una crisi e nelle crisi trovò per decenni il proprio ambiente naturale. Non perché una formula matematica abbia fatto cadere, da sola, i governi della Prima Repubblica: sarebbe una semplificazione storica difficile da sostenere. Piuttosto perché, in un sistema costruito su coalizioni fragili, correnti interne potentissime e rapporti di forza continuamente mutevoli, ogni crisi diventava anche l’occasione per ricalcolare chi contava quanto e, di conseguenza, a chi spettava cosa. Il Cencelli avrebbe dovuto rendere questo passaggio più razionale, quasi scientifico; finì per diventare il simbolo di una politica nella quale il governo poteva essere contemporaneamente una sede decisionale e una gigantesca equazione da mantenere in




