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«Brutti, sporchi, cattivi», compie 50 anni il capolavoro di Scola, racconto crudele sui poveri: avidi, feroci, miserabili

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di Filippo Mazzarella

Una commedia nerissima sorprendentemente contemporanea che riflette le nuove forme di esclusione urbana. Maiscola l’interpretazione di Nino Manfredi: un emigrato tirannico, volgare, paranoico

Il 26 maggio 1976 viene presentato in concorso al Festival di Cannes (vincerà il premio per la migliore regia e arriverà poi nelle sale italiane a settembre) Brutti, sporchi e cattivi del maestro Ettore Scola: un film incastonato tra due opere capitali come C’eravamo tanto amati (1974) e Una giornata particolare (1977), ma che rispetto a esse rappresenta l’evidente volontà di non leggere la Storia attraverso categorie morali riconoscibili.

Preferendo un punto di vista spiazzante in cui ogni residuo d’innocenza viene eradicato, l’ambientazione in una bidonville romana azzera infatti la possibilità dell’esistenza sia di «eroi» sia di vittime, e soprattutto di qualsiasi forma di solidarietà «proletaria», sottolineando soltanto la necessità della sopravvivenza.

Al centro del racconto c’è Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi), pugliese emigrato nella capitale e privo di un occhio dopo un incidente sul lavoro: tirannico, volgare, paranoico e ossessionato dal suo «tesoro» (ovvero il milione di lire corrispostogli come risarcimento), vive con una famiglia numerosissima stipata in una baracca fatiscente e in un caos quotidiano fatto di urla,

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