
Washington amplia le interdizioni marittime per colpire le entrate di Teheran, mentre si apre una frattura con l’Italia.
L’inasprimento del dispositivo navale statunitense nei confronti dell’Iran punta a colpire al cuore l’economia di Teheran, con l’obiettivo di costringerla in tempi rapidi a cedere sulle richieste di Washington: riaprire lo Stretto di Hormuz e ridimensionare il programma nucleare. La leva scelta non è quella di uno scontro diretto, ma di una pressione economica crescente, costruita attorno al blocco delle esportazioni energetiche. Se il flusso di greggio in uscita dai terminal iraniani dovesse fermarsi realmente, la Repubblica islamica perderebbe una quota fondamentale delle proprie entrate. In prospettiva, il sistema potrebbe trovarsi costretto a spegnere parte dei pozzi nel giro di poche settimane, a causa della saturazione degli impianti di stoccaggio. Una soluzione estrema, con conseguenze potenzialmente durature sulla capacità produttiva del Paese. Secondo fonti americane, l’operazione – inizialmente limitata alle navi dirette verso i porti iraniani – è destinata ad allargarsi a tutte le unità legate alla cosiddetta «flotta ombra», la rete utilizzata da Teheran per aggirare le sanzioni. Il Pentagono avrebbe inoltre chiarito di essere pronto a fermare e ispezionare queste imbarcazioni in qualsiasi area del globo. L’estensione delle misure




