di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Milei rinsalda il legame con Washington e Tel Aviv, mentre incassa il via libera del Fmi. Ma se l’inflazione rallenta salari e occupazione restano deboli e il presidente deve fare i conti con il Parlamento
Non è un viaggio qualsiasi quello che ha portato Javier Milei in Israele (il terzo realizzato dall’inizio del suo mandato a dicembre del 2023). È una dichiarazione di campo, costruita nei simboli prima ancora che nelle parole: l’immagine di un presidente che non cerca più mediazioni ma coerenza, anche a costo di accentuare le linee di frattura, dentro e fuori i confini nazionali.
La svolta esterna
Negli ultimi giorni, la stampa internazionale ha colto con una certa nitidezza questo passaggio. La politica estera di Milei non appare più come un capitolo tra gli altri, ma come la prosecuzione diretta della sua visione del mondo. Il sostegno esplicito a Benjamin Netanyahu e l’allineamento senza ambiguità con il fronte occidentale più duro segnano una discontinuità rispetto alla tradizione latinoamericana, storicamente più attenta agli equilibri che alle appartenenze. È una scelta che parla a Washington e ai mercati, ma che riduce gli spazi di ambiguità diplomatica, trasformando ogni dossier internazionale in un terreno




