
WILD HORSE NINE. Nelle sale
Anche se a prima vista potrebbe sfuggire, Wild Horse Nine è parente stretto degli altri due film che hanno trasformato l’irlandese Martin McDonagh in una star. E cioè: Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola. Stesse atmosfere: litorali rocciosi e ventosi, mari aperti, prati, praterie, pascoli verdi, tensioni politiche sullo sfondo. Stesso tratto del regista: pastoso, denso, neonaturalistico. Stessa visione del mondo: antisistema, di minoranza, ultra-pessimista ma non senza una leggerezza salvifica. Wild Horse Nine è una spy story esistenzialista e insieme una riflessione storica. Una black comedy fulminante, beffarda, malinconica. Un western maligno che punta l’indice contro l’imperialismo americano e il senso di colpa di chi cavalca le guerre e alimenta le differenze. Per molti era il Leone d’oro annunciato della Mostra di Venezia, forte di una straordinaria interpretazione di John Malkovich poi meritatamente premiata con la Coppa Volpi, e ovviamente da tenere in conto per l’Oscar. Vinse Woman Unknown di May el-Toukhy. Ma prepotente è la sensazione, non più a caldo, che il film migliore della Mostra fosse proprio Wilde Horse Nine. Restano da indicare, per sottolineare il valore del film, 1) il tocco di classe inconfondibile di McDonagh, 2) l’atto




