Il Presidente, il «Commander in chief», è isolato. Nella notte tra martedì 4 e mercoledì 5 novembre, mentre la vittoria dei democratici assumeva proporzioni monumentali, i diplomatici nelle principali capitali europee si interrogavano sulle prossime mosse di Donald Trump. La verifica più immediata riguarda l’Iran. Il «New York Times» rivela che il Centcom, il comando militare unificato americano, ha già preparato il piano per la ripresa degli attacchi.
Il presidente ha seminato confusione dichiarando al «Financial Times» che non ha ancora deciso nulla. Tuttavia, resta alta la possibilità di bombardamenti da qui alla fine dell’anno. La guerra contro l’Iran è già costata circa 47 miliardi di dollari agli Stati Uniti. La scorsa estate il Pentagono ne ha chiesti altri 98. Il 22 luglio la House of Representatives, controllata dai repubblicani, ha dato il via libera, mentre il Senato deve ancora pronunciarsi.
Che cosa succederà ora, con i due rami del Congresso nelle mani dei democratici? La risposta sembra facile: la maggioranza progressista negherà i fondi per continuare il conflitto con l’Iran. Ma va ricordato che i nuovi parlamentari eletti ieri (tutti i 435 deputati e 35 senatori su 100) si insedieranno il prossimo 3 gennaio. Il Senato, quindi, resterà a




