«Ma com’è Giorgia Meloni?” ti chiede tranquillo in camerino, sorseggiando una birra. Tutto ci si immaginerebbe tranne che discutere di politica (e non solo di quello) con Pete Doherty. Già, l’ultimo dei maudit, il rocker che flirtava con l’eroina (e i camerini li distruggeva), oggi è un pacato signore sulla quarantina inoltrata, non senza qualche tormento interiore (come vedremo), ma sicuramente non più su di giri. Lo si incontra prima del suo ultimo show all’Alcatraz di Milano (presto ne verranno altri in Italia) con una delle sue numerose incarnazioni, i Babyshambles in questo caso, la band successiva ai Libertines che lo spararono in orbita a inizio 2000: erano in pausa da 12 anni.
Perché da deciso di riunire i Babyshambles?
«L’anno scorso è morto il nostro ex chitarrista Patrick Walden. Ma anche il suo successore Mick Whitnall ha avuto problemi di eroina, come me. Allora ci siamo detti: ripartiamo, prima che muoia qualcun altro…».
Com’è stato ripartire?
«Alcuni show in Inghilterra sono stati potenti quanto quelli di anni fa, ma senza il lato più oscuro. Meno sangue, meno arresti, meno droghe».
La droga: com’è il suo rapporto con la dipendenza ora?
«Non se ne va mai davvero, si rimane dipendenti. È un




