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Marco Paolini e il riutilizzo del Vajont, il no dei sopravvissuti: «Quelle acque sono il vero monumento ai 1.917 caduti»

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di Michela Nicolussi Moro

Belluno, l’idea di usare l’acqua del torrente Vajont come riserva civile e agricola e il progetto della nuova centrale sdoganata anche dal «cantore della strage del 1963». I sindaci si dividono: «Non possiamo fermarci»

Sta facendo molto discutere la proposta avanzata da Marco Paolini sulle colonne del Corriere di utilizzare l’acqua del torrente Vajont come «riserva» per l’agricoltura e per uso civile, lanciata in occasione dell’anniversario della tragedia che il 9 ottobre 1963 vide morire 1.917 persone, travolte dall’onda sollevata dalla caduta di 270 milioni di metri cubi di roccia e detriti crollati dal monte Toc nel laghetto artificiale sottostante. Quell’inferno d’acqua superò la diga del Vajont, infierendo su Longarone, Erto e Casso.
«Non so giudicare l’idea di Paolini, devo prima capire se ci siano i presupposti tecnici per concretizzarla», ammette Roberto Padrin, sindaco di Longarone, che però introduce un secondo tema strettamente legato all’uso di quelle acque e cioè la produzione di energia elettrica e il planning della «Welly Red» di Sacile su una centrale idroelettrica con investimenti per 12 milioni di euro. «Questo piano sta minando la coesione sociale tra i residenti — rivela Padrin — c’è chi dice: l’acqua che

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