
di Etgar Keret
Lo scrittore israeliano: «Non ci sono molti luoghi nella regione che non abbiamo attaccato intanto che da tre anni a questa parte si trascina quel giorno interminabile»
I volti degli ostaggi israeliani liberati da Gaza e dei genitori che piangono figli che non sono mai tornati a casa riempiono ancora i nostri schermi televisivi. Molti di loro figurano anche nelle liste elettorali dei vari partiti politici, accanto a generali in pensione e riservisti. Poco più di una settimana fa, un padre in lutto presente nella lista del Likud ha risposto a una degli ostaggi liberati (una donna sulla ottantina) che aveva espresso il suo dissenso contro Netanyahu, augurandole di essere rispedita da Hamas come prigioniera. Parole dure, ma in guerra vale tutto. Se qualcuno in Israele osasse suggerire che ci siamo lasciati alle spalle il 7 ottobre, le persone intorno a lui indicherebbero immediatamente un aereo di FlyDubai alto sopra le loro teste e lo rimprovererebbero per aver detto un’idiozia del genere: «Lo vedi?», insisterebbero, «ci stanno ancora massacrando». E anche se le uniche ferite gravi in quella vicenda sono quelle riportate dal pilota indiano, i media israeliani si sono affrettati a descriverlo come




