
di Filippo Mazzarella
Il film a episodi è una sorta d’appendice a «Roma città aperta», prima pellicola della trilogia del regista sulla guerra antifascista, che inaugurò la stagione del neorealismo
Con Paisà (presentato in anteprima il 18 settembre 1946 e poi circolato da dicembre nelle sale), Roberto Rossellini realizza una sorta d’appendice al suo stesso Roma città aperta (1945) che inaugurò la stagione del neorealismo, ponendosi in scia anche al non meno celebrato e ancora recente Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica, uscito quattro mesi prima.
Trasformando il cammino verso l’uscita dal nazifascismo in un racconto di incontri casuali, incomprensioni e gesti di solidarietà, il neorealismo approda qui a una delle sue forme più alte e radicali con sei episodi ambientati lungo la risalita delle truppe alleate dalla Sicilia al Po, componendo una geografia dell’ultima fase della guerra in forma di itinerario attraverso un Paese devastato nel quale americani e italiani sono costretti per la prima volta a confrontarsi e capirsi.
Il titolo, bonario appellativo dialettale che le truppe Usa fanno loro per rivolgersi agli italiani, diventa il segno di una familiarità possibile tra persone che appartengono a mondi diversi: ma Rossellini sa che questa




