
di Maurizio Porro
Una gara d’auto senza esclusione di colpi nel brillante kolossal del 1965 del regista di «Colazione da Tiffany»
Domanda: dite un film con Jack Lemmon e Tony Curtis. Facile, A qualcuno piace caldo. Sbagliato. Sei anni dopo il capolavoro di Billy Wilder, ecco La grande corsa, di Blake Edwards, autore di un grandissimo film en travesti (Victor Victoria). Manca Marilyn, ma c’è Natalie Wood, brava e sfortunata attrice anche lei morta misteriosamente.
La grande corsa è un kolossal brillante di 160 minuti che passano d’un soffio, allestiti con dodici milioni di dollari. L’autore è allievo della tradizione della commedia di Ernst Lubitsch ma Edwards, scomparso nel 2010, se la cava bene perché fu capace di dirigere film diversi: un western, gialli, drammi alcolisti, gli otto titoli della Pantera Rosa, il cult romance Colazione da Tiffany che lasciò perplesso Truman Capote ma aumentò il suo conto in banca.
La grande corsa parte da una scommessa del 1908: l’inventore diabolico (superlativo Jack Lemmon nell’unico suo ruolo cattivo e subdolo che vuole eliminare l’avversario) e il bel gentiluomo Tony Curtis si sfidano in una gara d’auto senza esclusione di colpi e di mezzi da New




