
di Elisa Messina
Diario di una giornata nella radura simbolo di Sossusvlei, sito Unesco nel deserto del Namib, uno dei luoghi naturalistici più fotografati al mondo. Che ora è minacciato dall’afflusso giornaliero di migliaia di turisti
Deadvley, Namibia ore 7 del mattino, silenzio e meraviglia. «Would you take a picture of me?» mi chiede gentilmente una turista asiatica porgendomi il suo iPhone. E subito si mette in posa con una mano appoggiata al tronco di uno dei delicatissimi alberi «mummificati» intorno a noi. «Please, don’t touch it!», le grido quasi, pensando a quel cartello di divieto letto pochi minuti prima. Lei sobbalza, toglie la mano, ma sul volto le resta un’espressione interrogativa che resterà fissata nella foto. Il sole sta per sorgere, i visitatori stanno arrivando a multipli di due zampettando ai piedi delle dune di Sossusvlei tutt’intorno a noi. E in un attimo realizziamo: la meraviglia di questo posto è il suo peggior nemico.
Un luogo unico già nel nome: «Deadvlei» è una parola che unisce due lingue, inglese, «dead» (morto) e afrikaans, »vlei» (palude, bacino umido). Guai a usare il nome inglese Dead Valley: lo banalizza e rischia di confonderlo con la Valle della Morte californiana. Qui siamo




