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Il caso di Umberto Broccoli, quando la competenza è sostituita dalla banalizzazione del «tuttofare»

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di Aldo Grasso

Umberto Broccoli conduce su Rai Storia «Un’epoca nuova», dedicata ai quindici anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia

L’espressione francese bonne à tout faire, che noi traduciamo sbrigativamente con «tuttofare», sembra coniata apposta per descrivere la parabola radiotelevisiva di Umberto Broccoli. Attualmente conduce su Rai Storia Un’epoca nuova, dieci puntate dedicate ai quindici anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia. L’argomento sarebbe persino appassionante, se non finisse risucchiato nella consueta «broccolaggine». Mi si perdoni il neologismo, ma vale la pena spiegarlo. 

Basta scorrere una qualsiasi biografia di Broccoli per imbattersi in una vertigine di incarichi e conduzioni: dalla Zingara a Uno Mattina, passando per programmi culturali, divulgativi, istituzionali. Nel frattempo, è stato anche Sovrintendente ai beni culturali di Roma Capitale, esperienza che ha lasciato una traccia così discreta da sfuggire perfino alla memoria dei più benevoli. 

Il problema dei «tuttofare» non è che sappiano fare troppe cose. È che la tv generalista, soprattutto negli ultimi decenni, ha premiato una competenza diversa da quella specialistica: la capacità di rendere tutto familiare, rassicurante, immediatamente consumabile. In questo processo, però, la mediazione si trasforma facilmente in banalizzazione, fino a

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