
di Gian Mario Benzing
Dieci minuti di applausi, meritati, per l’opera di Donizetti in scena fino al 17 luglio
Tre costanti e tre varianti ridisegnano il successo della Lucia di Lammermoor di Donizetti, in scena alla Scala fino al 17 luglio. Dieci minuti di applausi, come ben merita. È la ripresa dell’edizione firmata dal regista Yannis Kokkos nel 2023. Le costanti sono chiare. Dalle evocazioni romantiche, alberi neri stagliati sul tramonto, al nitore novecentesco quasi spietato nelle stanze di Lord Ashton, la stilizzazione di questa messinscena ha una sua cupa eleganza.
Alla statica primordiale della regia supplisce, come tre anni fa, la bravura di Michele Pertusi, Raimondo giustamente untuoso, ma con un canto disteso che è bellezza pura ed esempio di stile; e con lui Boris Pinkhasovich (Enrico), che invece usa dizione affilata e suspense di sfumature per «comprimere» la propria perfidia, pronta a esplodere nelle brutali aggressioni alla sorella.
Sulle varianti, distinguiamo. Sul podio: invece dell’empito fantasioso di Chailly, Speranza Scappucci punta su un continuum più funzionale e usuale, fa scorrere i cambi di passo quasi sottopelle, curando rigore e fluidità. Solo qua e là, in «Come vinti da stanchezza» e «Fûr le nozze




