
di Aldo Grasso
Il calcio ha perso la dote più preziosa: il carattere eccezionale. Una volta il tifoso aspettava il grande evento. Oggi il grande evento arriva quando il precedente non è ancora finito
La chiamerò «Sindrome del divano freddo». È abbastanza noto quanto ami il calcio. Di quell’amore malato che mi ha fatto seguire il Toro persino a Castel di Sangro in serie B. Eppure, davanti a questo Mondiale, provo la stessa pulsione emotiva che mi darebbe un documentario sulla riproduzione del gambero nel Pacifico. Lo seguo, certo. Ma lo seguo con distaccata curiosità e zero empatia.
Cosa mi è successo? La risposta pigra sarebbe: manca l’Italia. Ma ormai all’assenza degli Azzurri abbiamo fatto il callo, è diventata una tradizione di famiglia, come il panettone a Natale. No, il problema è più profondo ed è racchiuso in un triangolo delle Bermuda geopolitico che vede ai vertici Donald Trump, Gianni Infantino e l’overdose da intrattenimento.
Il Mondiale mi è lontano, ma non per una questione di chilometri. È distante perché è stato colonizzato dallo show-business americano e dal delirio di onnipotenza della Fifa. Quando Infantino e Trump stringono mani, il calcio smette di essere uno




