
di Renato Franco
Il racconto divertito del comico al Festival della Tv di Dogliani: «Pensavo fosse uno scherzo. Alla fine è venuto fuori il Giletti che è in lui»
DAL NOSTRO INVIATO
DOGLIANI — Uno, nessuno, centomila. Le maschere di Ubaldo Pantani afferiscono alla commedia dell’arte: imitazione e parodia, una parte di stereotipo, il gioco del corpo, il registro della voce, molta scrittura perché la risata è anche questione di testi e di testa. Pantani si è raccontato al Festival della Tv di Dogliani, con la sua faccia, ma tirando fuori le voci del suo caleidoscopio di personaggi.
Prima è serio e parla dei tormenti del comico: «La sofferenza del comico è una sindrome che colpisce, prima o poi, tutti noi commedianti. E penasate che io l’ho superata senza dover scrivere un libro! Il problema è che i comici hanno sete di sembrare intelligenti e non si rassegnano al fatto che la loro missione è far ridere. Punto. Soprattutto quando sei giovane può sembrare limitante, riduttivo, vuoi cercare di nobilitare quello che fai, ma bisogna farci pace: nel mio caso i personaggi sono sempre più potenti di chi li interpreta, va accettato».
Quindi il racconto si




