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Vasco schierato, De Gregori no. Così la politica agita i cantautori

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di Andrea Laffranchi

Il rocker e la battuta sull’amico: «Ha opinioni molto personali, è un poeta»

«Pensa a cantare». È il classico commento, condito da qualche insulto da leone da tastiera, che accompagna qualsiasi post, di un qualsiasi artista, su qualsiasi tema di attualità o politica. Come se le canzoni e i cantanti dovessero uniformarsi al pensiero unico sentimentale, avere una neutralità assoluta rispetto al tempo e allo spazio. Come se negli anni 60-70 la rivoluzione giovanile — i giovani li hanno inventati i Beatles, prima di loro si passava dai calzoncini corti alle medie, alla giacca e cravatta al liceo — non avesse camminato sulle note delle canzoni e sulle idee di chi le scriveva. Come se la musica fosse solo intrattenimento, e non anche un prodotto culturale. Certo, negli ultimi anni l’impegno è svanito, soprattutto nella fascia degli artisti da classifica, ma la dimensione collettiva si è persa ovunque nella società.

Il dibattito, già Guccini ai tempi dell’«Avvelenata» diceva che le canzoni non fanno rivoluzioni, è spesso rilanciato da politici che temono di perdere voti (fosse così Trump non sarebbe stato ri-eletto, aveva contro pure Taylor Swift che sposta il Pil ma non evidentemente i

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