
di Aldo Grasso
Frutto di dieci anni di ricerche, l’opera non si limita a celebrare il mito, ma lo decostruisce, restituendo la complessa parabola di Norma Jeane Baker
Ma esiste ancora il mito di Marilyn o è una favola che si tramandano quelli che hanno visto i suoi film? A questa e ad altre domande tenta di rispondere «Marilyn – C’era una volta Hollywood», avvincente docu-serie in tre episodi (Sky Documentaries). Frutto di dieci anni di ricerche, l’opera non si limita a celebrare il mito, ma lo decostruisce, restituendo la complessa parabola di Norma Jeane Baker: come una timida ragazza californiana, segnata da un’infanzia di abbandoni e trascorsa in orfanotrofio, si trasforma nel sex symbol del Novecento.
Il documentario scava nella psicologia della diva, evidenziando una volontà incrollabile di riscatto nata dal rifiuto materno. Per raggiungere il successo, Marilyn superò ostacoli strutturali e limiti personali, stringendo relazioni determinanti: dai legami con l’Actors Studio di Lee e Paula Strasberg a figure chiave come Johnny Hyde e Natasha Lytess, fino ai controversi rapporti con la mafia e i Kennedy. Il prezzo pagato per quell’ascesa fu però altissimo.
Il racconto non ignora il tragico epilogo del 5 agosto




