
di Paolo Mereghetti
Oltre al regista spagnolo, in gara anche «Minotaure», ritratto di Mosca senza futuro (voto 8)
Da qualche film a questa parte, Pedro Almodóvar ha abbandonato lo stile barocco e fiammeggiante che lo aveva reso famoso a favore di una scelta «minimalista» ma anche meno spensierata: i suoi eroi e le sue eroine fanno i conti con il dolore, addirittura con la morte in «La stanza accanto» (2024), mentre trova il modo di riflettere anche sul suo lavoro, sulla malattia e le conseguenze sulla propria carriera, sul passato franchista del suo Paese, sul ruolo che il cinema ha avuto nella sua vita. Un lungo, pubblico autodafé che con «Amarga Navidad» (Amaro Natale, nelle sale da giovedì) affronta il nodo centrale di ogni creazione artistica, il rapporto tra realtà e finzione.
La realtà, ambientata nel 2024, è quella che racconta Raúl (Leonardo Sbaraglia), un regista che da cinque anni non riesce più a girare un film, e che trova in quello che gli ha raccontato la sua segretaria Monica (Aitana Sánchez-Gijón) lo spunto per scrivere una sceneggiatura che finalmente lo appassioni: dopo vent’anni di collaborazione («tu sei la mia miglior lettrice» dice Raúl), Monica ha deciso




