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«Cose Nostre», uno degli ultimi lasciti del servizio pubblico, può andare in onda a mezzanotte?

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di Aldo Grasso

Il programma condotto da Emilia Brandi nell’ultima puntata squarcia il velo del caporalato «italiano sugli italiani»

Lavorava in modo disumano per pochi euro l’ora. E durante l’estate caldissima del luglio 2015, moriva di fatica nelle campagne di Andria, in Puglia. Si chiamava Paola Clemente, faceva la bracciante, ed estraeva gli acini troppo piccoli dai grappoli d’uva, per renderli omogenei: un processo laborioso, detto di acinellatura, che richiede un’alta specializzazione. Una morte che ha acceso i riflettori sullo sfruttamento dei lavoratori nei campi e un anno dopo — il 18 ottobre del 2016 — ha portato all’approvazione della legge per il contrasto al caporalato e al lavoro nero in agricoltura.

La storia tragica di Paola Clemente è al centro della puntata di «Cose Nostre» il programma che Emilia Brandi conduce con il solito scrupolo e intensa partecipazione, ultimi lasciti della missione del servizio pubblico: «Mani d’oro, terra nei capelli» (Rai 1).

Dietro la sigla fredda di una legge dello Stato — la Legge 199 contro il caporalato — c’è la vita spezzata di una donna normale. Paola Clemente non voleva essere un’eroina, né un manifesto politico. Era una madre di 49 anni, una

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