di Isidoro Trovato
Il 75% del fatturato delle undici cantine collegate a 5.250 viticoltori viene dall’estero e gli Stati Uniti sono il primo mercato. I test sul «low alcol» e gli studi per coltivare in base alle richieste del mercato
Si sono appena spente le luci del Vinitaly di Verona e per le cantine italiane entra nel vivo la stagione che porterà alla vendemmia 2026. Dal 1950 Cavit è un nome di punta del comparto vitivinicolo italiano: situata alle porte di Trento, l’azienda riunisce undici cantine sociali del territorio, collegate ad oltre 5.250 viticoltori della provincia, coprendo oltre il 60% dell’area coltivata a vigneto. Una realtà che deve fare i conti con un mercato internazionale che mostra una costante tendenza alla contrazione dei consumi e che adesso dovrà fronteggiare le conseguenze delle turbolenze geopolitiche.
Il nuovo fronte della guerra in Iran – osserva il direttore generale Cavit, Enrico Zanoni – sta già incidendo, facendo aumentare il costo del trasporto dei prodotti finiti e i prezzi dei vetri per le bottiglie. Ma l’aspetto più profondo da valutare è il calo dei consumi: negli ultimi 20/30 anni, a fronte di un calo dei volumi nei paesi storici del vino,




