
di Greta Privitera
La Ong e una coalizione di altre organizzazioni umanitarie chiedono che il governo Netanyahu dia l’ok per il trasferimento dei pazienti gravi
Il bambino ha tre anni e una pelle che non regge nemmeno una carezza. È nato a Gaza e da allora ha conosciuto quasi solo la guerra. Fin dal parto si è capito che qualcosa non andava. Il corpo coperto di bolle, la cute arrossata e infiammata ovunque. I medici hanno scritto una diagnosi difficile da pronunciare, «epidermolisi bollosa», la chiamano anche malattia della farfalla, perché la pelle di questi bambini è fragile come le ali delle farfalle che si sbriciolano solo a sfiorarle.
Per crescere questo bambino servirebbe il contrario di quello che Gaza può offrire. Un ambiente pulito, acqua corrente, garze sterili, cotone morbido, farmaci per tenere a bada le infezioni e lenire il bruciore. I genitori fanno quello che possono in una tenda, con la polvere che entra da ogni fessura e nessun modo per lavarlo senza fargli male.
Poi c’è una ragazzina che ha tredici anni e vive appesa a una macchina che non funziona come dovrebbe. Le hanno diagnosticato una nefropatia da reflusso che le ha distrutto




