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I data center che alimentano l’IA contribuiscono a formare le «isole di calore»: lo studio dell’Università di Cambridge

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di Serena Palumbo

Secondo l’analisi condotta su oltre 6.000 siti, i data center riscalderebbero il terreno circostante fino a 16 gradi Fahrenheit, rendendo la vita più calda per oltre 340 milioni di persone

Elabora risposte, scrive testi, innesca dialoghi, analizza dati e informazioni. L’intelligenza artificiale simula parte dei processi cognitivi umani, grazie a una fitta rete di algoritmi. Talvolta in modo efficace, fornendo persino spunti o stimoli innovativi. Altre volte mostrandosi in realtà poco intelligente. Ma a vincere è quasi sempre la sua rapidità a portata di clic. Un processo facile, ma non privo di controindicazioni per l’uomo e per l’ambiente. 

Nell’ultimo periodo, infatti, al centro del dibattito ambientale ci sono i data center che alimentano l’intelligenza artificiale: enormi «fabbriche digitali» progettate per ospitare e far funzionare grandi quantità di server dedicati all’elaborazione di dati e all’esecuzione di modelli. Il cuore fisico di tecnologie che, all’esterno, appaiono immateriali, ma che in realtà dipendono da infrastrutture che richiedono un alto consumo di energia e acqua, con conseguenti emissioni e inquinamento acustico. Ma anche un effetto meno noto: l’aumento delle temperature nelle aree circostanti. 

A testimoniare quest’ultima ricaduta è una ricerca dell’Università di Cambridge, che evidenzia come

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