La docuserie «Trust Me: Il falso profeta» (Netflix) ricostruisce l’intrusione di Christine Marie e del marito Tolga Katas all’interno di una comunità fondamentalista mormone legata al sedicente profeta Samuel Bateman: attraverso riprese sotto copertura, testimonianze e materiali d’indagine, racconta come i due abbiano contribuito a portare alla luce abusi sessuali e manipolazione ai danni di donne e minori.Dopo il successo di «Keep Sweet: pregare e obbedire», l’impressione è che la regista Rachel Dretzin abbia fatto un’operazione dettata più dal sensazionalismo che da una reale urgenza documentaristica.
Nonostante il materiale di partenza sia agghiacciante — l’ascesa del predatore Samuel Bateman sulle ceneri dell’impero del predicatore Warren Jeffs — la docuserie fatica a giustificare il suo assunto.
Il primo grande limite risiede nella scelta dei protagonisti: Christine Marie e Tolga. La serie tenta di venderci la loro «missione» come un valore aggiunto, ma l’espediente narrativo finisce per spostare l’attenzione dalle vere vittime a una coppia di osservatori esterni che cercano un ruolo eroico nella vicenda.
L’idea di sostenere una comunità sotto shock si trasforma rapidamente in un voyeurismo documentaristico che aggiunge poco alla comprensione antropologica del fenomeno.Il montaggio indugia su filmati d’archivio e «materiale esclusivo» con una compiacenza che mira più a scandalizzare




