di Marta Serafini
Viaggio nella città simbolo del Sud Libano nella nuova fase del confronto tra Israele e Hezbollah, tra pressioni militari, timori di occupazione e il ruolo della missione Unifil nel contenere l’escalation.
DALLA NOSTRA INVIATA
TIRO – La carcassa di un cane morto. Ti dà il benvenuto così Tiro. Strade deserte, macerie che ancora fumano e tombe scavate di fresco. Soffre la regina fenicia del Sud, dopo che per giorni le sono rombati sulla testa i jet israeliani e i razzi di Hezbollah hanno fischiato in cielo.
Tappa obbligata per i reporter in città, la Rest House, resort la cui terrazza ora è diventata il punto preferito degli stand up per le televisioni satellitari di tutto Medio Oriente. C’è Mohamed, collega di Al Jazeera, che ad ogni live si mette e toglie il giubbetto anti proiettile. Ma anche il reporter di Al Alam, la tv iraniana. E c’è Fred fotografo brasiliano che ha una parte dei nonni di origini libanesi. «La vedi questa? È la nuova Gaza», dice enfatico mentre disegna un arco col braccio sul mare.
Da qualche minuto non si staglia più fumo sulle onde. Male per le dirette e le fotografie, bene per chi vuole




